LA PAROLA CONTRO LA FORZA, di Concita De Gregorio

E noi cosa possiamo fare? Noi, la cosiddetta società civile che speriamo sia davvero civile. Noi che in questa prima persona plurale teniamo insieme quel che insieme non sta — lavoratori, studenti, pensionati, attivisti, intellettuali, inoccupati, espatriati — pur di indicare chi non è al governo, chi non ha le leve del Potere, chi non ha il dito sopra il pulsante del missile a testata atomica che potrebbe decretare da un minuto all’altro la fine di ogni cosa. Ci sono loro, megalomani irresponsabili o pavidi. Loro che fanno volare i caccia sui cieli dell’Estonia così, come per errore — per prova. Che sterminano un popolo bombardando ospedali, ambulanze, bambini in fila per l’acqua, che hanno il progetto esplicito di farci dei soldi, una volta che quella striscia di terra sarà ripulita dalle macerie: una miniera d’oro per gli investitori immobiliari. Loro che fanno licenziare chi non gli piace, alzano muri, che giocano al gatto col topo col ricatto dei dazi. Loro che da “patrioti” non riescono neppure a votare una risoluzione di timida censura a chi si avvia verso il baratro, la disumanità definitiva e senza ritorno perché ci vorranno generazioni e generazioni, se ancora ci saranno un mondo e le generazioni che lo abitano, per risarcire il danno apocalittico che davanti a nostri occhi si sta compiendo, le sue conseguenze.

Poi ci siamo noi. Noi che per anni e anni abbiamo ripiegato sui nostri mestieri, i nostri faticosi compiti quotidiani, i nostri tentativi di conservare una briciola di cura per l’altro, di verità nel discorso e talvolta se possibile di bellezza dicendoci e dicendo che era questo tutto quel che potevamo fare: il nostro modo di fare politica. Troppe volte ci eravamo infatti illusi e poi disillusi. Troppo pallida e incerta la proposta alternativa alla destra rampante, troppo litigiosa la sinistra e, quando al governo, deludente. Sono arrivate generazioni nuove, intanto. E poco a poco, facendosi largo in un racconto adulto che diceva sono fragili, questi ragazzi, sono bamboccioni e fannulloni, ecco che invece sono arrivate sulla scena una leva nuova e poi un’altra. I fratelli e sorelle maggiori e poi le madri e i padri si sono risvegliati insieme a loro e ora li trovi insieme, per strada e nelle piazze.

Lunedì 22 settembre è il giorno dello sciopero generale per Gaza. L’hanno indetto i sindacati di base “contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele”. Contro “l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari”. I sindacati maggiori non aderiscono né i partiti di opposizione, ufficialmente almeno. Sarà molto interessante. Sarà decisivo per rispondere alla domanda: e noi cosa possiamo fare? Perché se per caso fosse un segnale forte, univoco, pacifico, se fosse un messaggio chiaro a questo governo così ambiguo, così spaventato dall’eventualità di dispiacere ai potenti, così imbarazzato e imbarazzante — il ministro degli Esteri Tajani, l’emblema. Giorgia Meloni, il volto accigliato. Allora ecco cosa possiamo. Quando da Genova è partita la missione italiana di Global Sumud Flottilla, una missione civile di aiuti alimentari a Gaza che simbolicamente indica quel che i governi non fanno, i portuali di quella città hanno promesso che se qualcosa fosse successo agli equipaggi avrebbero bloccato i container diretti in Israele: nemmeno un chiodo, uscirà da questo porto. Quando i lavoratori si uniscono agli attivisti, agli studenti, allora non è più solo una manifestazione di dissenso. È una messa in mora, è un avviso che, se fossi a palazzo Chigi, non derubricherei a pagliacciata.

Il dissenso. Mai come in questo tempo chi esprime dissenso anche solo scendendo in strada è minacciato: di galera, col nuovo decreto. Con il silenzio e la perdita del lavoro, se voce pubblica. D’altra parte loro, i presidenti dei paesi democratici verso i quali tanta deferenza Giorgia Meloni mostra, i giornalisti li ammazzano additandoli come terroristi, Netanyahu, li fanno licenziare da “azionisti sensibili”, Trump che addita uno a uno gli elementi sgraditi. Che non ammette alla sua corte chi “diffonde notizie non autorizzate”, decreta che Antifa è un’organizzazione terroristica, insulta, semina odio, espone alla pubblica gogna i nemici da eliminare. Questi sono i democratici. I non democratici uccidono, avvelenano, incarcerano a vita, fanno sparire le tracce dei resti. In Cina la giornalista che aveva documentato l’inizio della pandemia, Zhang Zhang, è stata appena condannata ad altri quattro anni di carcere, informa Reporter senza frontiere. Ce ne siamo accorti? Abbiamo protestato? No, perché c’è di peggio, certo. C’è un genocidio in corso e c’è chi chiede in tv “definisci bambino”. È desolante, il dibattito pubblico. È scoraggiante il livello del confronto ma l’unica cosa certa è che richiamare a ogni piè sospinto gli anni di piombo, l’antisemitismo non fa che alimentare una fiammella che cova sotto la brace e che tutti, tutti insieme, dovremmo contribuire a spegnere. Invece. Invece le parole d’odio alimentano l’odio dei gesti, e l’odio dei gesti le ritorsioni, e le ritorsioni le guerre. Le opposte fazioni si incancreniscono, da anni non si ascoltano, i tentativi di mediazione muoiono sotto le bombe. Nessuno, nei fatti, vuole la pace. Vogliono essere gli ultimi a restare sulla scena. Vince chi resta e chi vince ha ragione.

La forza contro la parola. I regimi dispotici, anche quando democraticamente eletti, stanno facendo a brandelli il novecentesco edificio della democrazia. Lo scriveva Ezio Mauro su Repubblica del 21 settembre. L’Europa balbetta presa nel mirino dai due nemici/amici, i due pericolosissimi padroni del mondo: Putin manda i caccia perché “di fatto”, dice, l’Europa è in guerra contro di lui. Trump la considera un avversario commerciale, facile da eliminare dalla scena. Del resto, non che il governo italiano in carica abbia mai avuto grande considerazione dell’Europa.

A noi non resta che la piazza. La parola, naturalmente. L’ostinazione nel difenderla: esistono il diritto e la libertà di dire ma non quelli di mentire, ha ricordato di recente Mattarella. La parola e la piazza dove la parola si esprime. Speriamo che sia bella e grande la manifestazione di oggi, che sia pacifica. Che ci sia chi vigila, dentro, che altri non facciano il gioco di altri. Speriamo, come dice la canzone, che sia una smisurata preghiera. Che possa replicare alla morte con una goccia di splendore, di umanità, di verità.
Concita De Gregorio