Tra “Definisci bambino” e il picnic con vista sulle macerie di Gaza, Israele ha definitivamente perso l'ultimo scampolo di senno e dell’empatia del mondo intero.
L’articolo che riporto è ancora una volta un limite crudelmente spostato più in là! Dentro l'inimmaginabile.
Lucia Talarico
Lucia Talarico
A ogni colonna di fumo che s’impenna dalla pianura, s’alza un «wow!» dalla collina: la collina di Sderot, un chilometro da Gaza e da quelle esplosioni che spianano vite, case, odio, speranza, follia. Salgono da giorni, quassù, gli israeliani del sud, a mezz’ora di macchina da Tel Aviv. Scuole, fidanzatini, famiglie, colleghi di lavoro. E più che mai vengono di Shabbat, il sabato di festa ebraica, perché questa è un po’ come una nostra scampagnata fuori porta, solo che giù dalla campagna, appena oltre la recinzione di confine, gli uccellini sono scappati da un pezzo: c’è una gran vista sulla morte.
Bibite e sdraio
Padre e figlia si sono portati sdraio rosse e blu, una ghiacciaia con la Coca Zero, un binocolo, e se ne stanno all’ombra di un lungo muraglione dove sono allineate le foto dei soldati di Tsahal caduti durante questi quasi due anni di guerra asimmetrica e feroce. Cosa ci fate qui? «Ci godiamo il paesaggio», sorride sornione papà Udi, sessantenne misrachi, ebreo mediorientale fuggito a Gerusalemme dai pogrom di fine anni Sessanta, mentre da Gaza proviene un altro boato. «Ora mi sento più sicura», sospira la figlia, Yael: «Solo mi si stringe il cuore perché a ogni botto penso ai nostri ostaggi, uno di loro potrebbe morire in quel momento, i terroristi li usano come scudi umani». Ma dei gazawi? Dei loro bambini? Non v’importa? «I bambini di Gaza festeggiavano coi dolcetti il 7 ottobre», ruggisce Sharon, pacifico travet del comune di Rehova, due passi da qui.
Il posto è diventato una meta popolare. Prima era un monumento ai caduti dell’operazione «Margine di protezione», estate 2014: la gente di Sderot e dei kibbutzim sentiva allora il rombo delle ruspe di Hamas che scavavano tunnel, l’esercito intervenne per prevenire un’invasione, ciò che non ha fatto il 7 ottobre 2023, quando l’invasione è arrivata davvero, ma dalla terra e dal cielo. Adesso questa spianata accanto al deserto del Negev, in cima a campi di grano e vigneti, frutto del vitale talento israeliano per la bonifica, è un’attrazione. Ci hanno piazzato un potente binocolo: due minuti di sbirciatina sulle rovine di Gaza costano 5 shekel, poco più di un euro. In basso, un cartello turistico, «Sderot lookout», messo dopo l’inizio dell’operazione di terra a indicare la via. Si sale un pendio polveroso tra bandiere israeliane e vessilli gialloverdi della Brigata Golani, quella che ha sopportato maggiori perdite. E, tra gli sbuffi dei bombardamenti, si vede fino al porto di Ashod, dove dovrebbero arrivare i pacifisti della Global Sumud Flotilla.
Una storia di rancore
Ancora colpi, ancora nuvole nere. «Bisogna farlo: radere al suolo Gaza City», dice Yael, architetta nel paesino di Meitar: «E guarda che questa cosa la pensano a destra e a sinistra». «Non vedo il problema», aggiunge il padre. Papà Udi fa l’autista di ambulanze per disabili. I misrachi come lui sono la base sociale con cui l’askenazita Netanyahu ha stretto un patto per restare al potere. C’è un rancore lungo che cova: «Sai quanti ebrei ci sono in Medioriente? Nessuno, tranne che in Iran. E sai quanti arabi ci sono in Israele? Due milioni! Smettetela di parlare di genocidio, il genocidio l’hanno fatto a noi. Voi europei ci state tradendo», sbotta.
Potremmo dire che Sderot è una collina del disonore. Ma sarebbe un rozzo slogan. A Sderot piovevano missili sin dal 2007. E il 7 ottobre, questa cittadina di 35 mila anime è stata martirizzata dai commando di élite della forza Nukhba di Hamas. La stazione di polizia ha resistito per diciotto ore: avesse ceduto, i miliziani sarebbero entrati in una vicina scuola femminile religiosa. La ferita non è rimarginata. «Non volevano combattere: volevano torturare, violentare, umiliarci», dice Israel, ingegnere meccanico di Tel Aviv. Il suo compleanno cade proprio il 7 ottobre: «E quel giorno stavo andando in bici al kibbutz Be’eri, uno dei più devastati. Ho visto quei movimenti, sono scappato, sono qui». Yael giura che vent’anni fa pensava di vivere in pace: «Ma è impossibile, loro insegnano ai bambini a uccidere gli ebrei». Israel la rimbrotta: «Non sono d’accordo per niente». È l’anima progressista di Tel Aviv, tra poche ore sarà in Piazza degli Ostaggi a strillare contro Netanyahu: «Ho vissuto in Germania: i nipoti dei nazisti sono cambiati, non vogliono ucciderci. Se cambi la cultura trovi la speranza». Yael non molla: «Noi abbiamo chiuso gli accordi di Oslo, ci siamo impegnati e loro ci attaccano». Israel insiste: «Il 7 ottobre hanno fatto una cosa mostruosa, ma non possiamo far sparire la gente con uno schiocco di dita». Le voci si sovrappongono, lui è in netta minoranza. «Noi o loro, bisogna decidere!».
Il punto di non ritorno
Anche noi europei non siamo popolarissimi. «Voi fingete di credere che Hamas stia negoziando mentre cerca di scannarci», quasi strilla Sharon, il pacifico travet: «Dobbiamo far vedere ai terroristi cos’è il terrore». Qui, sulla collina di Sderot, i distinguo sembrano impossibili. Molti sondaggi del resto mostrano come gli israeliani non amino certo Netanyahu ma, al dunque, su cosa fare dei palestinesi, tendono a compattarsi con lui che in fondo ha pur sempre spazzato via tanti nemici «esistenziali» in questi due anni: terrorizzando i terroristi, appunto. Cosa accade poi, a coloro che stanno attorno ai terroristi, beh, a Sderot non è più materia di dibattito. Israel si arrende e se la fila sulla sua miracolosa bicicletta.
«Non pensavamo di poter pronunciare frasi del genere, prima», ripetono quasi in coro attorno a quel binocolo che lancia sguardi sull’inguardabile. «Ma c’è stato un prima e un dopo attorno al 7 ottobre, quello è un punto di non ritorno». Yossi, collega di Sharon, ha in ufficio due che hanno perso i figli a Gaza dopo il 7 ottobre: «Sono due zombie. Quasi mille nostri soldati sono morti lì per provare a salvare 250 ostaggi. Sembra sproporzionato, no? Eppure, noi siamo disposti a rinunciare ai nostri figli per riportare in vita gli ostaggi. La nostra è cultura della vita. Le madri di Gaza vogliono i figli shahid, martiri islamici, hanno fede nella morte». Scendendo dalla collina, ritroviamo Sharon. Sta tirando fuori dalla macchina l’essenziale per un picnic. Mi strilla: «Vuoi acqua? Food? Laggiù non ti offrirebbero nulla, amico europeo». Noi o loro. Giù nella piana non c’è molto da offrire.
Goffredo Buccini, Corriere della Sera. 21 settembre 2025
