Hebron (Cisgiordania) Hebron è una delle quattro città della Cisgiordania più importanti con abitanti, amministratori e poliziotti palestinesi. Eppure, proprio nel suq del centro storico, basta alzare la testa per capire quanto sarà difficile per i palestinesi ottenere il loro Stato. Sotto ci sono viuzze strette con botteghe che paiono caverne scavate nei muri. Sopra, però, il cielo è diviso a scacchi da una rete metallica. Sulla strada ci sono il barbiere, il fornaio per i baklava, il robivecchi, il calzolaio, tutti palestinesi. Dal primo piano in poi, sopra la gabbia di metallo, ci sono solo israeliani.
È la colonizzazione verticale: è bastato che un arabo vendesse il suo appartamento a un colono ebreo, perché polizia ed esercito intervenissero a «difenderlo dai terroristi». Così i vicini di casa palestinesi, al primo, al secondo e al terzo piano, non sono più potuti entrare nelle loro case. Alcuni hanno venduto, altri rifiutano le offerte, ma non possono più abitarci. Nel frattempo, la via parallela del suq che una volta era il mercato della frutta è stata espropriata. Il colono proprietario dell’appartamento al primo piano aveva ben il diritto di entrare a casa sua senza passare in mezzo a palestinesi che potevano accoltellarlo. Così l’intero mercato della frutta è stato espropriato. Ma non bastava.
All’ingresso di Hebron (come in tutte le aree solo palestinesi) c’è un grande cartello rosso che in ebraico, arabo e inglese avvisa che è vietato agli israeliani entrare e che potrebbe essere pericoloso. Quindi? Come poteva un ebreo arrivare al vecchio suq dopo aver comprato casa proprio lì? Un intero quartiere è stato svuotato e collegato all’autostrada per israeliani che attraversa la Cisgiordania. Risultato? Nell’area urbana di Hebron vivono 700 coloni israeliani protetti da militari con posti di blocco, garitte e telecamere. Si vede una postazione blindata proprio sopra la bottega del signor Isham. È l’orgoglioso proprietario di una macina da sesamo che suo nonno faceva girare da un cammello. «Dai piani alti non riescono più a colpirci con sassi e spazzatura perché il Comune ha messo la rete. Adesso ci tirano solo acqua sporca, ma io non me ne vado».
Perché gli israeliani ci tengono così tanto a vivere in mezzo a 200 mila palestinesi? La ragione è a pochi metri dal suq: la tomba di Abramo e dei suoi figli. I cristiani dicono che l’edificio che ricopre le grotte originarie fu fatto costruire da Elena, madre di Costantino. Gli ebrei dicono che i romani sfruttarono un tempio ebraico preesistente. In ogni caso i musulmani se ne impossessarono e ne fecero una moschea. Per 800 anni le tombe dei Patriarchi delle tre religioni monoteiste furono visitabili solo da islamici. L’edificio è enorme, della bella pietra bianca di questa regione, più fortezza dei crociati che tempio aperto ai fedeli. Un lato è decorato con decine di bandiere israeliane, un altro è dominato dal minareto. È, forse, l’unico edificio al mondo che è parte moschea, parte sinagoga. Il cuore del gigantesco edificio è la tomba di Abramo, chiusa in una stanza con due finestre per gli ebrei e tre per i musulmani. Gli ebrei si sono accontentati, perché il corpo di Abramo giace 16 metri sotto il pavimento e dal muro esterno di loro competenza «l’energia si sente».
La convivenza è piena di tensione. I passaggi nel mausoleo sono bloccati con serrande e catene. Ci sono regole per visitare le tombe durante le feste, per chiamare la preghiera, per entrare e uscire. Su tutto vegliano i soldati israeliani anche se qui a farlo dovrebbe essere la polizia palestinese.
«Mi hanno offerto 2 milioni di dollari per il mio negozio, ma ho rifiutato — racconta con i suoi pochi denti il palestinese Mahmud —. Meglio povero che traditore». Due milioni (dice) per pochi metri quadrati sembrano tanti, ma se avesse accettato i coloni ebrei sarebbero arrivati anche a livello della strada e a quel punto tutti gli altri bottegai sarebbero stati cacciati. Il primo che cede sarà la rovina degli altri e non avrà vita facile. Qualcuno dice che c’è chi ha già venduto, ma con il patto di tenere segreta la compravendita per due generazioni. Il tempo per i parenti fino al terzo grado di emigrare. La colonizzazione ha tempi lunghi, ma in 50 anni si è già mangiata la maggior parte della Cisgiordania. Il 7 ottobre l’ha solo accelerata.
Andrea Nicastro, Corriere della Sera. 4 agosto 2025
