Una frase mi ha colpito in modo particolare nell’editoriale di Michele Serra uscito qui ieri: «I famosi “punti di riferimento” — il faro nella tempesta, il rifugio nella tormenta — sembrano sbiaditi o scomparsi». Le grandi democrazie, la grande politica, le grandi personalità della politica, tutto inghiottito in un tran tran che, nel migliore dei casi, è pura, ripetitiva routine; spesso è peggio: autoritarismo, attentato più o meno strisciante alla democrazia, esercizio dissennato, quasi pazzesco, del potere. Ho abbastanza anni per ricordare che cosa è stata l’America per quelli della mia generazione. La gioia e la festa della liberazione dall’incubo nazifascista, era il 4 giugno 1944. Gli aiuti generosi(non politicamente gratuiti sia chiaro, però lo stesso generosi) a un Paese in ginocchio com’eravamo nel dopoguerra; la nuova frontiera di Kennedy. Era inimmaginabile che questo passato fosse spazzato via da un uomo di mente instabile che ogni mattina gioca con i dazi senza apparente criterio. Era inconcepibile fino a pochi anni fa che qui da noi, i pilastri della costruzione civile che siamo riusciti a mettere in piedi nel Novecento, la Resistenza, la Costituzione, venissero con tanta velocità messi da parte, quasi relegati tra le anticaglie di un passato che viene ogni giorno demolito in una polemica politica di infimo livello. Potrei andare avanti citando il sogno dell’Europa che al momento sembra ridotto alla sua ombra, l’inutilità pratica degli organismi sovranazionali, guerre dissennate e feroci che per tacito impegno sembravano relegate al Novecento, il secolo del doppio carnaio.
Ha ragione Serra, tutto è precipitato, siamo circondati da macerie d’ogni tipo, ideali, progetti, modelli. Ci sono Paesi e popoli vicini dove macerie significa macerie, case, scuole, ospedali, chiese ridotti a rovine. Le nostre macerie sono meno visibili ma non meno gravi.
C’è una causa prima che aiuti a capire che cosa ci è successo? A noi, abitanti di questa penisola ma non solo a noi? Credo di poter dire che stiamo soffrendo la quantità e velocità di cambiamentiche investono da ogni parte la nostra vita. Mai prima nella storia una tale massa di novità era entrata in gioco simultaneamente sconvolgendo abitudini e costumi, poteri ed equilibri mondiali, lo stesso ordinato succedersi delle stagioni. Nel volgere di pochi anni, nulla è più com’era, anche chi non ha occasione di riflettere sul fenomeno, sente d’istinto che la sua vita è stata sconvolta, messa in pericolo.
La reazione, più o meno consapevole, è stata la paura. Si temono gli immigrati, si temono ladri e borsaioli, si temono i devastanti temporali improvvisi, si teme l’affacciarsi sulla scena mondiale di nuovi protagonisti di cui si ignora tutto. Torna a echeggiare il vecchio grido tante volte ripetuto nel corso dei secoli: i barbari sono alle porte e le mura sembrano di colpo una difesa insufficiente. C’è una reazione alla paura, nota anch’essa, sempre uguale, che investe molte persone ed è a sua volta immutabile nel tempo: la ricerca, la richiesta di un salvatore. Penso all’Italia, al suo equilibrio politico così instabile da trent’anni. Da quando ebbe fine – 1994 – il sistema dei partiti che avevano guidato il Paese nel dopoguerra assicurando la ricostruzione, il consolidamento della democrazia, il boom economico, l’Italia non ha più trovato un equilibrio durevole. Si sono succedute delle fiammate, potrei dire delle illusioni, tutte destinate a spegnersi nel disincanto. Berlusconi, Renzi, Grillo, ora Meloni. Grande favore popolare presto svanito nell’indifferenza.
Del resto se la stessa sindrome ha investito un grande Paese come gli Stati Uniti perché avrebbe dovuto risparmiare noi? Quando mai un personaggio discutibile come Donald Trump sarebbe arrivato (per due volte) alla Casa Bianca se non lo avesse sospinto l’onda possente dell’uomo medio dimenticato nel turbine del cambiamento? Milioni di braccia hanno sollevato Trump al di sopra delle leggi, della Costituzione, delle tradizioni di una grande democrazia affidandogli praticamente una delega in bianco, e che faccia l’uso che crede del suo potere, purché liberi noi, i forgotten men, dalla paura. In una scala molto più piccola è la stessa molla che da poco meno di tre anni tiene alto il favore di un governo inconcludente come quello guidato da Giorgia Meloni. Non un provvedimento incisivo, nessuna vera riforma tra le tante di cui il Paese avrebbe bisogno, né fatta né in programma. L’arte del galleggiamentoadottata come regola di governo, l’atteggiamento autorevole, la voce ferma, stizzita davanti alle critiche, il tentativo, finora riuscito, di affermare l’immagine di una donna di polso capace di mettere a tacere chiunque, con rudi maniere, quando occorre. Poco conta che del suo governo facciano parte personaggi inadeguati, in qualche caso caricaturali. Prevale il culto del capo, fenomeno sconosciuto alla vita pubblica italiana dopo il 1945, e già si allunga lo sguardo verso il Quirinale, se un argine democratico non fermerà questo insidioso progetto.
Quello che ho scritto è solo il tentativo di risalire dagli effetti
alle cause, anzi alla causa che io vedo nella grande paura che percorre
il mondo e di cui stanno largamente profittando alcuni astuti
arcimiliardari, cinici venditori di favole, politici mediocri però
capaci di cavalcare l’onda.
Corrado Augias, Repubblica 9 agosto 2025
