<< L’orologio alla parete segna mezzogiorno, le tapparelle sono tutte alzate ma nel tinello della signora Giovanna di luce non ce n’è, le tenebre calano implacabili alle undici del mattino. La latitudine non c’entra: non siamo ai poli ma al numero uno di via Alessandro Paoli, ultimo angolo di Porta Nuova sopravvissuto a quella «rigenerazione urbana» al centro dell’ultima tornata di indagini della Procura di Milano. La colpa della notte anticipata è semmai dell’altitudine: quella dei 98 metri di altezza del Portale est di Melchiorre Gioia, la torre del Cantiere 20 che si staglia monolitica appena al di là delle finestre dei residenti. «Ci hanno murati vivi», sintetizza la condomina, e di enfasi nella definizione non c’è traccia.
<< La sua casa è accerchiata: a Est e Ovest i Portali, a Nord il palazzo della Regione. Una volta affacciandosi poteva osservare le Alpi e il parco Bam, adesso l’orizzonte si è ristretto alla manciata scarsa di metri che separano il suo appartamento dal grattacielo Coima, firmato dallo studio di architettura Citterio-Viel e votato — al pari del vicinissimo Pirellino — dal presidente della commissione Paesaggio Giuseppe Marinoni, che proprio con le archistar intrattenne, a leggere le contestazioni dei pm milanesi, pregresse e consolidate collaborazioni. «Abito qui da 30 anni, una volta era una piccola oasi, un polmone verde — racconta la residente —. Da quando è partito il cantiere la nostra vita è cambiata. Avevo la gru a meno di dieci metri dalla camera da letto, nessuna privacy, gli operai letteralmente appollaiati fuori dalla finestra». Cambiare aria è complicato: «Ho 64 anni, non saprei dove andare. I prezzi sono decollati e al contempo il valore di mercato di questa casa è precipitato. Siamo esasperati».
<< Parla al plurale, Giovanna: a farle eco la sparuta minoranza di quei pochi residenti sopravvissuti alla riconversione urbanistica del quartiere feudo del dominus di Coima Manfredi Catella, spettatori e loro malgrado protagonisti indiretti della metamorfosi di un’area in cui gli appartamenti hanno ceduto il passo a uffici e progetti di riconversione talvolta finiti in un nulla di fatto, su tutti quello dell’ex sportello postale di via Sassetti, i cui progetti di riqualificazione di Unipol e Banca Sella sono rimasti lettera morta.
<< Al netto della frustrazione generale c’è chi prova a sdrammatizzare: «Ho 87 anni, per osservare i cantieri posso restare tranquillamente seduto in poltrona», chiosa il signor Agostino Riva dal suo balcone in via Bellani, affacciato ora su una facciata di lastre nere: pochi metri lo separano dalla famigerata «casetta verde» imprigionata da Palazzo Lombardia, ai cui residenti la Regione allora presieduta da Formigoni avanzò un’offerta economica per fare le valigie sentendosi però rispondere picche. «Abbiamo raccolto 200 firme per chiedere di bloccare l’edificazione sull’area dei vecchi parcheggi comunali —ricorda —. Nessuna risposta dal Comune». Delle petizioni è un habitué, essendo stato nel 2005 — assieme tra gli altri al musicista Rocco Tanica, che pure azzardò uno sciopero della fame — tra i 16mila firmatari dell’istanza per chiedere invano lo stop all’ abbattimento del Bosco di Gioia. «Ma stavolta è anche peggio. Mi chiedo io: in quale contesto civile si consente di costruire un grattacielo di 100 metri a una spanna da un condominio? Ci hanno segregati in casa nostra e fatto pure intendere che fosse normale».
<< Un’inquilina del quinto piano è più tranchant: «Questa città per anni si è compiaciuta di una narrazione da brochure — graffia — . Si esultava per i prezzi delle case che salivano come a New York, ma questa è l’Italia. Milano ha perso la testa». Dalla finestra si intravede una palazzina circondata dai portali. L’insegna in cima recita «Spazio libero», e più che un annuncio sembra quasi un’intimazione.>>
Alessio Di Sauro, Corriere della Sera
