Don Patriciello scrive a Sandokan. «Svela i segreti sui rifiuti tossici Lo devi a tutti i bambini morti», di Roberto Russo
I camorristi che hanno avvelenato la «Terra dei fuochi» non li ha mai maledetti. Nonostante tutto. Nonostante continui a celebrare funerali di bambini colpiti da tumori soprattutto di matrice ambientale. Don Maurizio Patriciello è il sacerdote di Caivano in prima linea contro gli affari di «monnezza» del clan dei casalesi.
Dal pulpito ha sempre invitato i responsabili dello scempio ambientale «ad aprire il cuore e a raccontare la verità» su quelle tonnellate di rifiuti industriali, tossici e nocivi interrati, in cambio di fiumi di denaro, tra l’area a Nord di Napoli e il Casertano. In provincia di Napoli, grazie a una intesa tra Procura e Istituto superiore di sanità, sono stati individuati 2.767 siti di smaltimento illegale, dove più di un cittadino su tre vive a cento metri da una discarica abusiva. Una realtà drammatica.
Così, venerdì santo, il parroco ha deciso di rivolgersi direttamente a Francesco «Sandokan» Schiavone, il capo della cupola casalese pentitosi dopo 26 anni di carcere duro. Di certo lui conosce i segreti sull’avvelenamento di decine e decine di ettari di campagna, un tempo rigogliosa.
La lunga missiva a Schiavone, anticipata da Avvenire, si apre con un «Caro Francesco»; in realtà è un duro richiamo alle responsabilità del boss e dei casalesi «per le scelte scellerate fatte da te e dai tuoi amici. Leggendo e ascoltando i commenti della nostra gente — scrive don Maurizio — non ho potuto non notare la reazione di chi continua a maledire te e la tua stirpe per il tanto male che avete fatto. Non mancano quelli che credono che la tua sia stata solo una scaltra mossa per lasciare il carcere duro, ora che hai 70 anni e sei affetto dal cancro».
Don Maurizio vorrebbe spiegazioni: «Non mi capacito di come tu — persona intelligente — abbia potuto credere di vivere serenamente, insieme a chi ami, seminando morte e terrore intorno a te».
Patriciello ricorda al boss di essere un confratello di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra 30 anni fa. Racconta di essersi recato al cimitero insieme con don Luigi Ciotti, a deporre un fiore sulle tombe delle vittime innocenti di camorra: «Dio mio, erano tante. Tra coloro cui hai fatto più male ci sono i tuoi figli, il buon popolo di Casal di Principe, le vittime innocenti, i morti di cancro, soprattutto bambini, per lo scempio degli sversamenti tossici». Poi ripercorre un episodio di dieci anni prima: «Incontrai tuo cugino Carmine Schiavone, dopo avergli scritto, avevo bisogno di chiedergli informazioni sul traffico di rifiuti da voi interrati. Si presentò un uomo anziano, di piccola statura, con i capelli bianchi. Mi tenne per quasi quattro ore una mano sul braccio mentre raccontava. Mi disse: “Senza gli agganci con la politica noi camorristi saremmo rimasti solo una banda di piccoli delinquenti di paese”».
L’ultimo paragrafo della lettera è un accorato invito,
il sacerdote si appella al cuore del boss: «Francesco — insiste —,
prendi il coraggio a due mani e raccontaci tutto quel che sai. Tanti
colletti bianchi stanno tremando. Aiutaci a estirpare la maledetta
zizzania alla radice. Non aver paura, sii uomo e sii forte. La lettera
che scrissi a tuo cugino terminava con “Ti benedico” e lui mi disse che
ero stato l’unico a farlo perché gli altri l’avevano sempre maledetto.
Credi, anche tu sei amato da Dio, dagli la possibilità di raggiungerti e
perdonarti, e anche per te sarà finalmente Pasqua. Ti benedico».
Roberto Russo, Corriere della Sera, 2 aprile 2024
