Nel «bunker» del Vaticano, dove la Storia è custodita (non solo) religiosamente
di Massimo Franco
Questo testo è tratto dal primo capitolo di «Secretum - Papi, guerre, spie: i misteri dell’Archivio Vaticano svelati dal Prefetto che lo guida da un quarto di secolo» (Solferino Editore, 448 pagine, 20,50 euro)
Nei sotterranei della memoria del mondo
L’unico rumore è il ronzio dell’aria condizionata, che non è al servizio dei vivi: di vivi non si vedono tracce. Il getto accarezza e protegge la memoria d’inchiostro dei morti: milioni di fogli imprigionati in faldoni con le copertine marmorizzate, e le scritte che rimandano a calligrafie da amanuensi. Ma per paradosso quel fruscio che serve a tenere fuori l’umidità e gli insetti, nemici di quella storia collettiva, rende ancora più surreale la fuga dei corridoi senza fine, e più incombente il silenzio che sovrasta la teoria di documenti allineati sugli scaffali di ferro; circondati e ingabbiati dal grigio di pavimento, pareti e soffitto in cemento armato. È un mondo senza luce naturale, senza persone, senza presente; perfino inodore. Percorrendolo si ha la sensazione di essere entrati in un universo atemporale, che solo i sacerdoti e custodi del mistero possono attraversare senza esserne storditi e intimoriti. Siamo in quello che per tutti, in Vaticano, è «il bunker»: il deposito inaccessibile delle carte, che fino all’ottobre del 2019 è stato l’Archivio Segreto Vaticano, voluto da papa Paolo VI e inaugurato il 18 ottobre del 1980 da Giovanni Paolo II.
A guidarci in questo labirinto è uno dei vescovi vaticani meno conosciuti dal grande pubblico ma più rispettati e temuti: monsignor Sergio Pagano, classe 1948, figlio di una famiglia umile di Terrusso di Bargagli, un paesino dell’entroterra di Genova, in Liguria: un padre barnabita dai modi asciutti e informali, e un linguaggio ironico, diretto, a tratti tagliente; il contrario di quello aulico e curiale di molti dei documenti che maneggia da quasi mezzo secolo. Prefetto dell’Archivio dal 1997, dopo esserne stato per due anni viceprefetto, membro di molte istituzioni ecclesiastiche, ma anche della laicissima quanto prestigiosa Accademia dei Lincei, ha accettato dopo un lungo inseguimento, durato anni, di accompagnarci in questo viaggio nell’istituzione più segreta del Vaticano; e di dischiudere, se non aprire, le porte su un mondo sotterraneo che viene percepito come uno dei bastioni più impenetrabili del potere e del sapere della Chiesa.
«Lo chiamiamo bunker» spiega aggirandosi in corridoi tutti uguali dei quali conosce ogni anfratto «perché sta sottoterra. Ci fu detto dagli ingegneri che lo hanno costruito e terminato, ingegneri del Governatorato vaticano, che nei palazzi gli spazi non erano più sufficienti per creare nuove sale di depositi, e quindi qualcosa si doveva fare. Ma non si poteva costruire alla luce del sole, e dunque lo si è fatto scavando sotto tutto il cortile della Pigna. Ecco perché si chiama bunker: doveva essere un archivio sotterraneo in cemento armato, in una struttura sommariamente quadrata, semi-portante. Ci fu spiegato che in caso di guerra, anche di bombardamento sul Vaticano, noi non avremmo perduto i documenti perché il bunker è costruito in maniera tale da avere intercapedini molto grandi, doppia struttura armata tutta collegata, per cui se una bomba cadesse farebbe spostare il cubo ma non lo frantumerebbe. Questo è stato detto, ma speriamo di non far mai la verifica...» Sono trentunomila metri cubi di superficie, distribuiti su due piani, che ormai ospitano l’ottanta per cento dei documenti archiviati in secoli di vita della Chiesa cattolica.
È una mattina tiepida della primavera romana, ma dentro il bunker potrebbe essere gennaio, o agosto: fuori si sarebbe potuta consumare addirittura la fine del mondo, e qui non ne sarebbe arrivata l’eco. Gli «Archivi del Cielo» sono costruiti sottoterra: forse anche perché lì dentro convivono Paradiso, Inferno e Purgatorio, miracoli di santi e crimini demoniaci; l’impasto immutabile dell’umanità. L’Archivio aveva fino a cinquant’anni fa quarantatré chilometri di scaffalature, distribuite su tre o quattro piani. Oggi sono quasi raddoppiati, e stipati in gran parte nel «bunker». Il resto della documentazione è distribuito in depositi all’ultimo piano del Palazzo, accanto ad alcuni locali dei Musei Vaticani: la zona soprannominata del «Piano Chigiano» e dei «Soffittoni». Monsignor Pagano si muove in queste catacombe cartacee con la confidenza di chi le considera parte della sua vita. Osservandolo mentre sistema i faldoni, apre i contenitori sciogliendo i nastri di fettuccia o di spago, legge le iscrizioni in latino, francese, spagnolo e le traduce con rapidità e naturalezza, come se fossero in italiano, si capisce che egli non è stato solo prefetto. Dal 22 ottobre del 2019, in realtà, l’aggettivo «segreto» è stato sostituito con quello più rassicurante di «apostolico», per volontà di papa Francesco e forse su pressione di qualche benefattore spaventato dalle leggende nere sui suoi tesori nascosti. Questa preoccupazione filtra dal motu proprio con il quale Jorge Mario Bergoglio si rassegnò a un cambiamento lessicale che rompeva con una tradizione di oltre quattrocento anni. «Il termine secretum» spiegò monsignor Pagano, «entrato a formare la denominazione propria dell’istituzione, prevalsa negli ultimi secoli, era giustificato, perché indicava che il nuovo Archivio, voluto da Paolo V verso il 1610-12, altro non era che l’archivio privato, separato, riservato del papa. Così intesero sempre definirlo tutti i pontefici e così lo definiscono ancora oggi gli studiosi, senza alcuna difficoltà. Questa definizione, del resto, era diffusa, con analogo significato, presso le corti dei sovrani e dei principi, i cui archivi si definirono propriamente secreti.»
2019: l’Archivio Segreto diventa Apostolico
Il motu proprio di papa Francesco faceva capire che lo strappo lessicale dipendeva dall’esigenza di scacciare ombre e diffidenze inspessitesi negli ultimi anni. «Finché perdurò la coscienza dello stretto legame fra la lingua latina e le lingue che da essa discendono» diceva infatti papa Francesco, «non vi era bisogno di spiegare o addirittura di giustificare tale titolo di Archivum Secretum. Con i progressivi mutamenti semantici che si sono però verificati nelle lingue moderne e nelle culture e sensibilità sociali di diverse nazioni, in misura più o meno marcata, il termine secretum accostato all’Archivio Vaticano cominciò a essere frainteso, a essere colorato di sfumature ambigue, persino negative. Avendo smarrito il vero significato del termine secretum e associandone istintivamente la valenza al concetto espresso dalla moderna parola segreto, in alcuni ambiti e ambienti, anche di un certo rilievo culturale, tale locuzione ha assunto l’accezione pregiudizievole di nascosto, da non rivelare e da riservare per pochi...» Dunque, «da ora in poi l’attuale Archivio Segreto Vaticano, nulla mutando della sua identità, del suo assetto e della sua missione, sia denominato Archivio Apostolico Vaticano».
Ma un papa può cambiare una denominazione, non un’atmosfera e una percezione che si sono radicate nei secoli. Il fatto stesso che il deposito inaugurato nel 1980 sia, per tutti in Vaticano, «il bunker», trasmette e perpetua la sensazione di una segretezza antica e come immutabile: coltivata, protetta, vissuta come l’identità vera della potenza sacrale, benigna e insieme quasi minacciosa, della Chiesa cattolica. Per mesi, dopo la sua inaugurazione, i montacarichi da una tonnellata hanno spostato migliaia di casse dalla Torre dei Venti e dagli altri palazzi vaticani che ormai scoppiavano di documenti. Si pensava che il bunker bastasse ad assorbire e radunare i documenti per un secolo, ma dopo cinquant’anni già si ripropone un problema di spazi. Perfino monsignor Pagano, uno dei pochi a considerare quel carico di storia qualcosa da non temere, ma solo da studiare, analizzare e mettere in ordine, appare assillato dalla mancanza di metri quadri, di soldi. E soprattutto di tempo. Sa bene che il suo ruolo e il suo prestigio sono soprattutto il riflesso di quello dell’istituzione plurisecolare che guida. Veste in abiti talari un po’ stazzonati, senza pretese di eleganza: un clergyman con la giacca nera sotto la quale spunta una camicia grigio ferro, come se la sua principale preoccupazione fosse quella di stare comodo alla scrivania per aggirarsi tra quei fogli e studiarli meglio.
A questi documenti Pagano «parla» da decenni, e loro «comunicano» con lui. Nella sua percezione, sono più vivi che mai perché raccontano la storia del mondo, o almeno del mondo cattolico. E continuano a sorprenderlo sempre. Alcuni, come la rete di spie messa in piedi da un monsignore reazionario fedele a Pio X, agli inizi del Novecento, li ha scoperti quasi per caso il futuro prefetto in uno degli angoli più dimenticati del bunker. Seguendolo per quasi tre ore in un tratto degli ottantasei chilometri lineari che nel 2023 compongono l’Archivio, salendo scale di ferro, entrando in minuscoli ascensori ottocenteschi, attraversando passaggi invisibili a occhio nudo mimetizzati tra pareti di legno, si ha un vago senso di vertigine. A un tratto, ci si trova in un grande spazio interno, chiuso, che è quello attraverso il quale arrivano i furgoni con il materiale da archiviare. (...)
L’armadio con dentro ottantacinque sigilli per Enrico VIII
Si è alzato dal tavolo, ci ha girato intorno e ha aperto l’armadio alle nostre spalle. L’interno ha rivelato una pergamena del 1530: la richiesta fatta a papa Clemente VII da duchi, marchesi, conti, visconti, baroni, vescovi, arcivescovi, abati e teologi inglesi, affinché dichiarasse l’annullamento del matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona: approvazione che non ci fu, dando inizio allo scisma anglicano. Appesi alla pergamena scritta in latino con toni «supplici e insieme intimidatori», Pagano ha fatto notare gli ottantacinque sigilli di ceralacca che pendono dal documento, legati ad altrettanti cordini. «Sono le sottoscrizioni dei richiedenti corredate dai loro sigilli.» In realtà, alcuni sigilli sono vuoti. «Sono di quelli che si sono rifiutati di avallare la richiesta di Enrico VIII.» E il re come reagì? «Li mandò al patibolo o li fece carcerare.» Come si è salvata la pergamena dalle truppe napoleoniche? È grande circa un metro per mezzo metro, vistosa: non era facile da nascondere. «È stata piegata e nascosta in una cavità segreta dentro quella specie di trono di legno che si trova fuori da questa stanza, in anticamera. Nella parte posteriore c’è uno sportelletto quasi invisibile.» Quando la principessa Margaret d’Inghilterra visitò lo studio con monsignor Pagano e le fu mostrata la pergamena, reagì «con sovrano distacco» ricorda il prefetto. (...)
La beneficenza di Pio XII
È un lavoro quasi da archeologo. «Si scava sempre» ammette Pagano. «E con una squadra di valore. Questo settore, ad esempio, l’ho ordinato io coi ragazzi delle sale di studio che mi hanno aiutato molto in due estati. È un grande fondo della beneficenza pontificia di Pio XII. Tutte le buste che lei vede, alla fine saranno duemilacinquecento. Con l’aggiunta delle varie diocesi, supereranno i quattromila faldoni. È la beneficenza che Pio XII, prima della guerra, durante la guerra e dopo, dal 1939 in poi fino al 1958, ha fatto a privati, istituzioni religiose, comunità, clero e laicato; ed è schedato tutto. È un lavoro poco valutato e poco consultato. Eppure, trasmette uno spaccato formidabile della povertà dell’Italia nel dopo¬ guerra. Ci sono richieste di sussidi, di abiti, di cappotti per l’inverno, di breviari, di Bibbie. I sacerdoti chiedono libri di studio o finanziamenti per la parrocchia, ma le famiglie domandavano pane e ogni tipo di sussidio. Ecco qui (Pagano apre una busta a caso), Domenica Russo dal Friuli. Chiede “due vestiti bianchi, due paia di scarpe, due mutande, due cappotti... madre di due bambini uno di dieci anni, l’altro di nove rivolgo al vostro cuore generoso”. Scrive: “Aiutatemi attendo con ansia perché l’inverno è arrivato”... Insomma, c’è la vita. E poi, viene annotato quanto il papa concede previe le informazioni dei vescovi e dei parroci. Poi alla fine viene registrata la cifra dell’assegno. “Un assegno di lire tremila.” Tremila è tanto, eh? Siamo nel 1954. Ce ne sono a centinaia di questo tenore.»
Monsignor Pagano si ferma di fronte a un’ala dell’Archivio sbarrata da una parete di grate. Dietro, altre centinaia di faldoni, ordinati senza indicazioni precise. «Queste sono le parti riservate ancora non aperte alla consultazione. Quindi i papati di Paolo VI, Giovanni Paolo II, e Benedetto XVI. Sappiamo sommariamente che cosa c’è lì dentro, ma saranno aperte alla consultazione quando il papa deciderà.» (...)
Una lettera di Giacomo Leopardi per non pagare le tasse
Ma al cuore prezioso dell’Archivio bisogna ancora arrivare. Si trova dietro una porta bianca di metallo, anonima, al secondo piano del bunker. «Qui neanche il papa è mai venuto. È un’area della quale ho la chiave soltanto io, perché contiene la più grande collezione del mondo di sigilli d’oro e d’argento.» Monsignor Pagano apre la serratura a doppia mandata. Si avvicina a un cancelletto bianco di ferro che protegge tre piccole grate. Dentro, allineati su una sorta di scaffale con i piani estraibili, si intravedono dei cassetti senza sportelli, né indicazioni. Nessuno potrebbe immaginare che in questo minuscolo ambiente rarefatto siano racchiusi i documenti più preziosi e invisibili di quello che fino al 2019, per quattrocento anni è stato l’Archivio Segreto Vaticano. Il prefetto li estrae a uno a uno. Legge le didascalie in latino. Estrae i privilegi regi e imperiali dalle protezioni in plexiglas che impediscono spostamenti e danni. E snocciola i nomi: Federico I Barbarossa, Federico II, Ottone IV di Brunswick, Bela IV di Ungheria, Carlo I d’Angiò, Giovanni VIII Paleologo, Filippo II, Filippo III, Filippo IV di Spagna, Carlo VI d’Asburgo, Carlo VII di Borbone re delle Due Sicilie del 1759... e via discorrendo.
Sono pergamene originali. «Questo è il giuramento di fedeltà di Filippo II, Infante di Spagna, anno 1555. Giura fedeltà come dovevano fare tutti i re spagnoli investiti del regno di Sicilia, ma acclude un sigillo d’oro impressionante, esteticamente pregiato e del peso di 806 grammi. Allora i reali spagnoli erano ricchissimi grazie ai guadagni che garantiva lo sfruttamento delle colonie americane... E questo è il giuramento di fedeltà di Filippo III, del 1600, con sigillo d’oro ancora più pesante (mille grammi circa). E qui abbiamo, per fare dei casi, il documento molto decorato di Pasquale Cicogna, doge di Venezia sulla fine del Cinquecento, con il quale dona a Sisto V nel 1586 il Palazzo Gritti di Venezia: diventerà la sede del nunzio apostolico; vi è appeso il piccolo sigillo d’oro. Molto bello, eh? Un’eleganza veneziana.»
Accanto alla collezione assai protetta dei sigilli d’oro scorgiamo altre collezioni di pergamene disposte su scaffali rotanti, con aria condizionata, numerate cassetto per cassetto. Sono pergamene del fondo Veneto, alcune molto antiche. Il fondo parte dall’879, e va al 1000, al 1200, al 1300, e arriva fino al 1797, quando la nunziatura a Venezia venne soppressa per opera dei napoleonici. E ci sono i documenti di grandi e ricchi monasteri dei quali la Repubblica di Venezia incamerò i beni per finanziare la guerra di Candia contro i Turchi, a metà del Seicento. Oltre a quelli d’oro, spuntano sigilli d’argento, teche d’argento dorate, sigilli di ceralacca rossa e nera, con immagini di papi e di re cesellate e tuttora conservate e ben visibili.
Scendiamo alla sala delle pergamene del primo piano, sottostante quella dove siamo stati finora; altri scaffali e altre pergamene, ordinate in tanti cassetti e scatole di cartone neutro, tutte numerate. Di colpo, tra le mani di monsignor Pagano spunta un documento scritto a caratteri grandi, elaborati, eleganti: è l’editto di Worms col quale nel 1521 Carlo V dichiarò Martin Lutero fuorilegge e lo bandì dalle sue terre. «C’è il sigillo in cera dell’imperatore, bellissimo. Ed è in lingua fiamminga; ovviamente il testo è stato già pubblicato. E il documento si legge come fosse stato scritto oggi. E queste sono le lettere credenziali con le quali Filippo II di Spagna e Maria I Tudor d’Inghilterra accreditano i loro ambasciatori alla corte papale nel 1555. È un testo scritto in latino. Nella P iniziale di “Philippus” guardi i sovrani: sono disegnati benissimo e con i veri loro tratti; vi è appeso un sigillo bruttarello, perché è andato un po’ rovinato, schiacciato con il tempo e i vari trasporti.» Il prefetto apre un cassetto, poi una scatola di cartone alla ricerca di un vecchio documento dell’epoca di Carlo Magno. E invece spunta nella ricerca un faldone che contiene una lettera del 14 settembre del 1836 del poeta italiano Giacomo Leopardi. «Leggo l’intestazione: Conte Giacomo Leopardi, 14 settembre 1836. Scrive a monsignor Ferretti, nunzio apostolico presso Sua Maestà Siciliana. Io dimoro, come Vostra Eccellenza sa, a Napoli e per errore mi hanno compreso tra i contribuenti alle spese per la guardia civica di questa capitale... Sì, era un po’ tirchio» chiosa Pagano. E continua a leggere: «Inoltre sono venuti i gendarmi. Ma io sono di Recanati, sto qui per caso. Non voleva pagare le tasse, Leopardi. Curioso».
Uscendo, si ha l’impressione di avere annusato e magari indovinato qualcosa in quei corridoi inodori, con le pareti di cemento a vista e i soffitti bassi, proprio da bunker bellico; ma senza riuscire a metterla a fuoco e afferrarla. E il senso di inadeguatezza di fronte alla grandezza della Storia si approfondisce. Ma la marcia del prefetto Pagano non è finita. Attraverso un dedalo di corridoi che disorientano, ci si trova di fronte a un ascensore di legno, minuscolo. «Questo è il primo ascensore che fece costruire Pio XI, è ancora rimasto così: il primo ascensore dell’Archivio. Ci possono entrare solo due persone. Serve per arrivare alla Torre dei Venti. Ma prima vorrei farle visitare il piano nobile dov’è nato l’Archivio Vaticano.» Entriamo in tre magnifiche stanze affrescate: «Questi sono tutti scaffali fatti fare da Paolo V. E affreschi con scene di donazioni al papa, sempre con documenti, perché siamo nell’Archivio. Paolo V l’ha fatto affrescare e nel 1611 l’Archivio Vaticano stava tutto qui. In queste tre sale. Abbiamo tutte le finestre chiuse per evitare che la luce rovini gli affreschi. E da questa porta si va al Salone Sistino dei Musei Vaticani. Sono collegati, ma per l’accesso bisogna avere le due chiavi. Devono aprire i custodi dei Musei di là e noi dell’Archivio di qui (questa chiave l’ho io, ma la loro non ce l’ho). Si è posta qui una tela raffigurante Paolo V, vede là in alto, proprio perché è il fondatore del nostro Archivio. Nel 1611-12 l’Archivio stava tutto qui: da allora è cresciuto più di cento volte. Adesso questi armadi sono vuoti, perché a causa degli insetti rischiavano di deteriorarsi le carte che contenevano, e dunque le abbiamo portate al bunker. Ma se troveremo i soldi e faremo le finestre nuove nelle tre sale, i documenti li rimetteremo qui, dov’erano originariamente. Almeno così penso io».
